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Il web assicura
un paradiso agli spot


Dopo la morte delle ideologie, della patria, del romanzo, un altro lutto eccellente: lo annuncia a sorpresa Maurice Saatchi.

Ovviamente l’incipit è all’altezza della fama di un creativo che di nome fa Maurice Saatchi: «Qualche volta mi sento come se stessi sulla tomba di una cara amica chiamata pubblicità. Il rito funebre è già stato completato. Anche i becchini hanno già fatto il loro dovere. I congiunti sono riuniti. Ma la maggior parte di essi è imbarazzata ad ammettere che era amico della defunta. “Pubblicità?”, dicono, “no, non sono del mestiere”.

Non ci sono più speranze per gli spot, spiega: è un dato ormai acquisito dalla ricerca sociologica, dalla psicologia e persino dalla neuroscienza.

È dimostrato ormai che nelle nuove generazioni cresciute con la civiltà digitale si è andata radicalmente modificando la fisiologia stessa del cervello.

L’uomo digitale è sveglio e reattivo come non mai, capace di esaminare più realtà contemporaneamente, ma sempre più in superficie.

Scrive Saatchi: «Questo, a quanto pare, è ciò che rende possibile a un adolescente di oggi, nei 30 secondi di un normale spot tv, di: fare una telefonata, mandare un sms, ricevere una foto, giocare, scaricare un file musicale, leggere un giornale e guardare uno spot a velocità x 6.
La chiamano CPA (attenzione parziale continua). Risultato: la percentuale di memoria postuma di uno spot visto il giorno prima è calata dal 35% degli Anni 60 al 10% di oggi».

Ma una proliferazione di forme nuove la pubblicità ha conquistato l’ambiente in cui viviamo: magari non guardiamo più gli spot in tv, ma le città intere sono schermi, le marche si sono fatte territorio, con i concept-store, il linguaggio della pubblicità lavora sulle emozioni e persino sugli odori. Non credo proprio che tutto questo sia traducibile in parola».

Descrivendo un fenomeno che ricorda le dinamiche descritte da Chris Anderson nella teoria della Long Tail, il New York Times (finalmente) scopre e racconta come la rete assicuri agli spot una vita oltre la "morte televisiva".

L'adilà telematico ha varie forme: oltre il tunnel brilla una luce fatta di video-sharing network come Youtube o Google Video, dove gli utenti caricano (tra le altre cose) anche i loro ads preferiti, oppure ha l'aspetto di veri e propri ads archive come AdvertisementAve.com e Adcritic.com. Quando non ci pensano gli altri, sono gli stessi committenti degli spot come Volkswagen a raccoglierli sul proprio sito istituzionale.

Last but not least, ci sono siti e blog specializzati nell'analizzare i capolavori e le "croste" figli della dura arte dell'advertising, come il nostro SpotAnatomy o l'americano AdRants.

Insomma, fuori dagli angusti confini della televisone, la pubblicità entra nella rete e grazie ad essa vive nuova e più longeva vita, trascende i confini della nazione che l'ha prodotta, a volte diventa oggetto di culto.

Di certo, se ben fatta, rende mille volte l'investimento iniziale. Hai detto niente.


tratto da: "La Stampa" 6 Luglio 2006 e da http://www.blogs4biz.info.