|
|
I buoni d'Italia
Capuccino, pizza e caffé espresso competono con parmigiano, prosciutto o mozzarella quanto a estimatori o semplici conoscitori. Eppure, le principali catene mondiali di caffé e pizza sono straniere (Starbuck's e Pizza Hut, per esempio) mentre produttori non italiani stanno cercando di imporre nel mercato il parmeasan e altri prodotti che sfruttino la notorietà italiana, stando ben lontani dalla ricetta originale oltre che dai territori di produzione.
E il fenomeno non tocca esclusivamente produttori stranieri: anche da noi la produzione massificata ha appiattito gusto e qualità verso il basso.
Un fast food italiano?
La chiusura degli alimentaristi di zona meno efficienti, o che non hanno compreso come riposizionarsi, è solo un pezzo del problema della qualità legata alle specialità alimentari. Le norme che limitano somministrazione e composizione di alimenti a cura dei negozi alimentari hanno fatto perdere una primaria opportunità: il fast food italiano.
Cancellata la figura del "pizzicagnolo" (come viene chiamato a Roma), la crescente domanda di pasti rapidi fuori casa si è indirizzata verso bar gastronomia, ristoranti cinesi, sushi bar d'ispirazione newyorkese e fast food american style, che oggi cercano disperatamente di offrire qualcosa di sano e buono da mangiare.
Innovazione in arrivo
Questa tendenza non è, però, senza paladini che cerchino di contrastarla. Giancarlo Petruccioli, che incorpora in sé due ruoli politici e uno operativo, presidente di Fiesa (Federazione italiana esercenti specialisti dell'alimentazione) e della Confesercenti Lazio, in realtà da 12 anni è impegnato nell'affermazione del progetto "I buoni d'Italia", sviluppato nell'ambito della Federazione italiana franchising.
Come il nome suggerisce, il brand intende valorizzare produzioni italiane medio-piccole (ne fanno già parte 150) sia per non farle soccombere di fronte alla pressione della Gda sia per difendere all'estero le unicità.
Il grande network
Non si tratta di consorziare piccoli produttori per farli entrare nel mondo delle centrali di acquisto e accedere ai grandi network, anzi.
"I buoni d'Italia" si propone in alternativa al solito bar. Il progetto punta a fornire il necessario supporto per raggiungere standard europei, senza compromessi in termini di qualità.
Il canale di vendita sarà la rete di piccoli esercenti al dettaglio. Adeguando il punto di vendita e recuperando spazio e licenze per la somministrazione, molti alimentari diventeranno piccole boutique d'assaggio, versione italiana di ristorazione veloce in competizione con i costosi panini del bar.
La sfida non è solo sul format, ma anche politica per infrangere e superare le barriere legislative che limitano l'elaborazione di piatti senza un laboratorio.
Gli iscritti alla Fiesa sono 40.000, potenzialmente un network senza pari. L'obiettivo è riuscire ad aggiungere corner o vere e proprie "aree del mangiar sano" anche nei centri commerciali.
Il piano di sviluppo, compresi i costi di affiliazione in franchising e agenti sul territorio, richiede circa un milione di euro in due anni (stimati) per contrattualizzare 100 nuovi produttori e 4.000 punti vendita.
Le possibilità d'investimenti e partnership in un network capace di diventare la maggiore rete alimentare italiana in franchising nei prossimi 5 anni sono ancora aperte.
tratto da: "Mark Up" Luglio/Agosto 2006.

|